Anche il colore può essere violenza

Incontriamo Francesca Valan, la color designer che ha seguito il progetto Stanze sospese dall’inizio. Finalmente il progetto è definito. Possiamo pensare alla tinteggiatura delle pareti.
Pensando alla reclusione, ci aveva già dato diverse “dritte”. Un ambiente chiuso lo sembra ancora di più se tutte le pareti sono dello stesso colore. L’occhio gira in tondo e resta come imprigionato. Altro piccolo “trucco” sperimentato in ambienti dai lunghi corridoi come gli ospedali, è creare una pavimentazione che rompe la soglia, dando continuità tra dentro e fuori .
In generale la scelta del colore del proprio ambiente dovrebbe essere fatta da chi poi lo deve vivere: – continua Francesca – ciascuno ha il proprio gusto e sensibilità, che tra l’altro cambiano ed evolvono.
Scegliere il colore dell’ambiente altrui è una violenza. Ci stufiamo di tutto. Figuriamoci del colore. Se mangiassimo pasta al pomodoro tutti i giorni, anche fosse il nostro piatto preferito, alla lunga ci uscirebbe dagli occhi.
Per questo Francesca consiglia alle mamme un regalo originale per il compleanno dei loro bimbi: un colore nuovo alla loro stanza lasciando, dietro a un arredo, un riquadro con le tinte degli anni passati. Il bambino ogni anno ha un ambiente nuovo, che si è scelto e, anno dopo anno, ha creato l’arcobaleno della sua vita.
Ma torniamo alle nostre celle. All’incontro in studio da Francesca portiamo con noi i materiali con cui abbiamo realizzato gli arredi. Alcune parti in MDF, altre in plastica riciclata di colori diversi. Il primo esercizio è codificare i colori. Francesca ha un apparecchio magico che acquisisce il DNA delle tinte e, riportato su un sito altrettanto magico, ci fa atterrare nella palette della tonalità in cui possiamo giocare con chiarezza e saturazione.
Intanto, per ridere, diamo un nome ai colori dei campioni: Agave attenuata, Tabacco di Revet e Vita-mina. Ma questo è solo un gioco. Decidere sui colori delle pareti, invece, è stato un gran lavoro.
Francesca parla veloce e seguirla non è semplice, ma la sua intenzione è la ricerca di un colore neutro caldo, che non tolga luce, ma che non evidenzi troppo le barre-tabacco-di-revet. Per la parete della porta, si orienta su un colore più freddo, che in qualche modo ricordi il cielo e quindi l’uscita. Lontana la retorica dei trompe l’oeil con sfondati cerulei e voli di gabbiani, la nostra intenzione, anche con il colore, è di creare benessere.
Mi fa piacere aver seguito il processo dall’inizio – termina Francesca – troppo spesso mi chiamano quando il prodotto è fatto e banalizzano il brief chiedendo “mo’ di che colore lo facciamo?” In realtà il colore fa parte dell’oggetto e deve essere studiato insieme alla forma e alla materia. Pensiamo, per esempio, ai prodotti che con il tempo acquisiscono un colore iconico (es. rosso Ferrari) che diventa inscindibile dall’oggetto stesso. Non è una scelta che si può “appiccicare” all’ultimo.
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