Colore e desiderio di riscatto

Dopo gli incontri in ICAM e al carcere di Bollate, martedì 13 marzo siamo stati a Opera, per verificare di persona la spazialità delle celle e incontrare i detenuti.

 

Il penitenziario di Opera nasce nel 1987. Attualmente ospita circa 1.400 reclusi, la maggior parte dei quali scontano pene definitive.

Passati i controlli di sicurezza ci troviamo in un ampio parco con siepi ben potate e pergolati per i colloqui all’aperto. Uno spazio anomalo, in mezzo alla severità degli edifici circostanti, gli alti muri e le cancellate.

“Durante la bella stagione – ci confida un detenuto – posso incontrare la mia ragazza con meno vergogna. Mi sento più uomo, più normale.”

Entriamo nella galleria 2 per accedere al circuito penitenziario di alta sicurezza A.S. 3: un corridoio molto ampio, con pareti decorate con murales. Coloro vivaci… giallo, azzurro, viola. Quasi sfacciati.

Visitiamo la cella tipo, in cui controlliamo la spazialità e la struttura con gli arredi standard. Le nostre guide della polizia penitenziaria sottolineano che si chiama “camera di pernottamento”, da quando è stato decretato che il detenuto dovrebbe solo dormirci. La camera di pernottamento di Opera è stata progettata come singola, ma ospita due persone ed è spaziosa rispetto alla media di altre carceri: la dimensione complessiva è di 10 m² per 2 persone (compreso il bagno), rispettando così il limite minimo di 3 m² calpestabili per detenuto, stabilito dalla sentenza Torreggiani.

Dal 2013, dopo che l’Italia è stata sanzionata perché contravveniva l’art. 3 della CEDU, “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”, per le dimensioni delle sue celle e il sovraffolamento, la situazione penitenziaria è molto cambiata e gli effetti ad Opera sono evidenti.

Dall’aggiornamento normativo dell’Aprile 2013 il detenuto può uscire dalla camera di pernottamento per 8 ore al giorno,  mentre prima aveva solo 2  “ore d’aria”. Oggi la concezione del detenuto da isolare è superata e sono in tanti ad usufruire dell’articolo 1 del D.P.R. 30 giugno, 2000: “il trattamento degli imputati sottoposti a misure privative della libertà consiste nell’offerta di interventi diretti a sostenere i loro interessi umani, culturali e professionali”, potendo accedere a corsi di istruzione a livello della scuola d’obbligo, di formazione professionale, di istruzione secondaria superiore e corsi universitari. “

I reclusi cercano di appropriarsi di quella che diventa per loro una vera e propria casa con arredi fai da te straordinari: con solo cartoni e colla vinilica (e senza coltelli o cutter!) creano mensole di ogni tipo che si reggono saldamente con sostegni creati con lo stesso cartone. I detenuti mostrano orgogliosi ogni loro creazione e la pulizia è impeccabile. Bottiglie incastrate l’una nell’altra formano una tubatura per convogliare l’acqua calda dolce manca. Coperchi di cartone foderati di domopack creano forni improvvisati, ma efficienti. Le grate della finestra sorreggono generi alimentari da refrigerare. Capiamo che quello è il loro frigo, con latte, burro e yogurt. Ci viene pure offerto il caffè.

La nostra presenza è come una brezza di primavera, per loro. Siamo il “fuori” che passa qualche ora “dentro” con sorrisi, colori e profumi freschi, per chi fuori non può andare.

L’atmosfera casalinga delle celle visitate ci fa capire quanto sia innato nell’uomo il rifugio in un ambiente amico. Spicca la presenza di numerosi libri. Ad Opera è molto attiva la Biblioteca, con oltre 1600 libri.

Notiamo, affisse alle pareti, immagini sacre, poesie, massime, ma nessuna foto. Ci viene mostrato un album fotografico, tenuto preziosamente tra i libri, con le foto dei familiari. “Non voglio che mi vedano qui – dice uno dei reclusi – i miei cari stanno nel mio album e io me li guardo quando mi pare, ma non voglio stiano qui in cella con me”.

Capiamo che per i detenuti è molto importante sentirsi uomini normali: lo si percepisce da come si presentano, raccontandoci cosa studiano e come impiegano il loro tempo.

Come testimonia un detenuto: «Qui sembra di essere in un collegio, possiamo studiare se vogliamo, uscire, vedere altre persone. In cella  siamo solo in due. Alle volte ci sono così tante attività che un po’ vien voglia di ritagliarsi del tempo da passare in solitudine».

 

Lasciamo il carcere dopo un paio d’ore, ma in realtà perdiamo la cognizione del tempo.
Per molti di noi queste visite sono la prima occasione di vera riflessione sulla libertà, con cui siamo nati e riteniamo un fatto acquisito. In realtà è una conquista e se sbagliare umano, ci piace pensare che anche il riscatto sia possibile.

 

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