Cosa c’è oltre quel muro

Lo studio DFA partners si è da poco trasferito in via Vico, lungo il muraglione del carcere di San Vittore e in questi mesi ha vissuto la prossimità al penitenziario, cercando di cogliere l’impatto che gli edifici e quanto sta al di là di quel muro hanno sul quartiere e sulla città.
Un pensiero da architetti, ma anche da cittadini, che, nuovi della zona, stanno per così dire prendendo le misure.
L’area era considerata periferica e di scarto, tanto che a fine ‘800 fra la via Olona e la via GB Vico era ubicato il macello e il penitenziario terminato nel 1879 su progetto dell’ingegner Francesco Lucca. Il carcere si chiama “San Vittore” perché sorge sul convento, espropriato appositamente per la realizzazione delle carceri, che apparteneva ai Cappuccini di San Vittore all’Olmo. Ma questa è storia. San Vittore è un carcere di “transito” dove i detenuti stanno in attesa della destinazione finale. Gran parte del lavoro – dice la direttrice Gloria Manzelli – è volto ad aiutare il nuovo arrivato affinché superi il trauma dell’incarcerazione. Per tanti è la prima volta. Molti reclusi arrivano da percorsi molto problematici. Il tutto è aggravato dal sovraffollamento della struttura. A causa della non agibilità di alcuni raggi del panottico, molte celle hanno letti a quattro piani e servizi igienici fatiscenti. Tante realtà intorno a quel muro alto Non siamo certo i primi a riflettere di fronte al muro di San Vittore….. Dieci anni fa Alterazioni Video, un gruppo di giovani artisti italiani, esordisce per la prima volta alla Biennale di Venezia con un video girato attorno al carcere di San Vittore a Milano, che documenta il difficile rapporto quotidiano dei cittadini con il muro, luogo fisico, dove si manifesta la tensione contemporanea tra l’impossibilità reale di comunicare attraverso il linguaggio e la frustrazione che ne consegue. Come tutti i muri il segno è presente, forte, quotidiano, non ci si abitua. Da cittadini e architetti abbiamo messo “la testa” al lavoro ……. Oltre a capire le reali esigenze abitative del detenuto, la direttrice ci ha raccontato le limitazioni dovute alla sicurezza. Per esempio gli arredi devo essere fissi, senza spigoli vivi, appigli o elementi amovibili, che potrebbero costituire mezzo di offesa o di azioni autolesionistiche. I bagni non possono avere chiavi. Non abbiamo voluto ripensare al Carcere nel suo insieme, ma alla cella …. all’existenz minimum……….allo spazio della solitudine.
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